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La nostra è una terra ricca di storia.
Si narra che
nel VII sec. a.C gli Achei al ritorno da una spedizione contro Troia, approdarono sulle
rive nel nostro leggendario fiume Neto. La valle apparve loro come unimmensa distesa
di terra fertile e ricca. Una terra promessa, rigogliosa e benedetta dalla natura, che
poteva accogliere, generosa ed ignara, il popolo più ricco e sapiente del Mediterraneo,
offrendo terra da coltivare, legname e materie prime, acqua ed animali e soprattutto
enormi spazi disabitati dove impiantare centri agricoli e commerciali. Fu così che Rocca
di Neto sorse sulle alture di Cupone e di Tanzanovella, con il nome di Casale di Terrate.
La storia della nostra comunità fu scandita col trascorrere dei secoli da diverse
dominazioni La fine prematura della splendida civiltà greca aprì la strada
allavvento della potenza di Roma, alle invasioni barbariche, ai bizantini, alle
incursioni saracene, ai normanni, agli svevi, agli angioini, agli aragonesi, agli
spagnoli, ai borboni e...
Ed intanto, in tutta questa girandola di dominazioni e di istituzioni straniere e
domestiche che si erano avvicendate in Calabria, il nostro piccolo agglomerato intorno al
Mille (epoca contrassegnata dalle continue scorrerie dei saraceni) munitosi di una
poderosa rocca sita sulla collina ancora oggi denominata del "Turrazzo", vide
accrescere i suoi abitanti, i suoi templi (chiese e monasteri) e le sue attività
economiche.
Nel XV,
secolo Casale di Terrate cambiò la sua denominazione in Rocca di Neto ed assistette
passivamente allavvicendarsi dei suoi numerosi feudatari laici ed ecclesiastici, ai
quali interessavano soprattutto gli introiti derivanti dai loro disparati diritti. Ma il
dominio feudale provocò funeste ripercussioni sulle condizioni socio-economiche della
comunità.
Nel 1460 labitato fu distrutto da Marino di Marzano, principe di Rossano.
Riedificata sulla murgia detta "Rocca Vecchia", la cittadella crebbe lentamente
e nel 1664 si arricchì del convento dei Certosini di Serra S. Bruno. Il violento
terremoto del 1832 rase al suolo quello che era diventato un centro di 700 abitanti.
La ricostruzione del nuovo abitato, chiamato inizialmente Rocca Ferdinandea, avvenne sul
sito attuale. Della vecchia Rocca oggi abbiamo pochissimi resti e molti ricordi in parte
conservati nella memoria di chi la abita.
Per ulteriori informazioni consultare:
A. GALLO - CRISTIANI, Piccola cronistoria di Rocca di Neto, Arte della Stampa,
Roma, 1929.
M. SPIZZIRRI, Rocca di Neto nel catasto del 1772, Studio Zeta Editore, Rossano
(CS), 1995.
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Il folklore e le tradizioni rocchitane che si perdono
nella notte dei tempi:
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"A notti i Natali" ( La notte di Natale )
La notte di Natale la gente "rocchitana" lasciava la tavola apparecchiata con
tredici portate diverse e un bicchiere di vino. La credenza popolare era che in quella
notte Santa Gesù si fermasse in ogni abitazione per assaggiare le buone pietanze
preparate con cura e devozione. La mattina di Natale si riassaggiava il tutto, convinti,
di aver ricevuto la benedizione.
"U
Mimminuzzu" ( Il Gesù Bambino )
Dal giorno di S.Stefano a quello dellEpifania, la gente di Rocca si rende partecipe
del lieto evento della Natività, accogliendo nelle proprie case il bambinello. Siamo di
fronte non soltanto ad un ex voto, ma anche ad una manifestazione di speranza e fiducia
per lavvenire. La preparazione di questo evento nelle famiglie rocchitane viene
vissuta con la cura scrupolosa di ogni particolare, infatti viene preparato un altare
votivo con i tessuti più pregiati del corredo portato in dote, ed adornato con degli ori
appartenenti non soltanto ai membri della famiglia, ma anche agli ospiti che si recano a
visitare "u Mimminuzzu". Le famiglie e gli ospiti salutano il bambinello con un
bacio ed unofferta in denaro. Si veglia fino allalba, con la premura di non
lasciare mai solo il bambinello, tenendogli compagnia con preghiere, canti e strine,
mentre gli uomini ad una certa ora banchettano. Questa tradizione che si perde nella notte
dei tempi, ha simboleggiato per noi e per i nostri avi un momento di unione sentita con
fervore e partecipazione: ci si spoglia di vizi e virtù quotidiane, rivestendosi
dumiltà. |
Curiosità del passato
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"La Pasqua"
Nel periodo di Pasqua, gli antichi vivevano il Venerdì Santo come un giorno di lutto. Le
donne non si pettinavano e non si intrecciavano i capelli, perché altrimenti sarebbero
state maledette. Un antico proverbio recita: "maliditta chira trizza ca di vennaru
sintrizza" ossia "maledetta quella treccia che di venerdì si
intreccia".
"A furtuna cuverta" ( La fortuna coperta )
Quando le campane annunciavano la Resurrezione di Gesù, le mamme usavano coprire il capo
delle loro figlie con uno scialle perché dovevano avere "a furtuna cuverta"
cioè si augurava loro una vita sempre fortunata, onesta e virtuosa. Nello stesso momento
le massaie battevano con bastoni contro le mura di casa o alle porte.
"U muartu" ( Il morto )
Durante le cerimonie funebri, secondo usanze di origine ellenica, i parenti si riunivano
intorno al morto per la veglia e si usava pagare delle donne dette "riepiti" che
recitavano nenie funebri graffiandosi il volto e strappandosi i capelli che poi venivano
buttati nella bara. Inoltre si usava buttare durante la veglia del morto a mezzanotte una
bacinella dacqua e un pezzo di pane in un angolo della strada attigua alla casa del
morto, mentre nelle bara si usava mettere delle monete per pagare lo scotto
dellanimo che doveva oltrepassare laldilà.
"Vergine in capillis"
Una caratteristica usanza, che risale al periodo longobardo, imponeva alle ragazze non
maritate di portare i capelli sciolti, affinché si distinguessero da quelle che avevano
contratto matrimonio, alle quali la medesima legge intimava di portare i capelli
intrecciati.
"U pani i casa" ( Il pane fatto in casa )
I nostri nonni avevano la sana e buona abitudine di preparare il pane in casa, ma più che
unabitudine era una tradizione ricca di significati, che simboleggiavano la
ricchezza, la fertilità e la prosperità. Quando nelle famiglie rocchitane arrivava il
giorno della "panificazione", si usava utilizzare la prima parte
dellimpasto per creare delle forme particolari; una prima forma che si otteneva era
quella in devozione di S. Lucia, una seconda forma simboleggiava "sette stati",
volendo augurare ai figli un numero di ricchezze e di virtù pari a sette, un numero
evidentemente considerato propizio e sicuramente di buon auspicio dalla saggezza popolare,
infine si creava un terzo simbolo in devozione a Santa Loia, protettrice degli animali e
dei loro padroni. Queste tre forme di pane, si conservavano e si davano "ppì
cunzualu" (per consolazione) alleremita del paese.
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Gastronomia e Tradizione
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La Gastronomia rocchitana è ricca di sapori che solleticano i palati più raffinati
pur trattandosi di ricette che conservano il gusto della tradizione popolare. Forse sono
lontani i tempi in cui le stagioni venivano scandite dai profumi dei prodotti nostrani, ma
Rocca di Neto conserva tuttora gli antichi odori, intrisi di sana genuinità. Sarebbe
stato impossibile riportare in queste pagine tutta la tradizione gastronomica rocchitana,
dunque la scelta è ricaduta su alcuni di essi che meglio ricordano le tradizione e
larte culinaria di questo paese.
"A gnelatina" ( la gelatina ) :
La gelatina di maiale viene preparata con la testa, la trippa, la coda, le zampe, le
cotenne del maiale, e con laggiunta di qualche pezzo di carne magra; il tutto si fa
bollire dopo unaccurata pulizia. Nel frattempo, in un grosso pentolone, si mette a
bollire dellaceto con pepe rosso, aglio, alloro e poi si aggiungono le parti del
maiale precedentemente cotte e tagliate a pezzetti. Terminate queste operazioni "a
gnelatina" si lascia raffreddare ed assume un aspetto gelatinoso.
"La carne salata":
Costole e pancetta magra di maiale vengono passate nel sale e poi messi a strati in un
"salaturu" (recipiente di terracotta). La carne si consuma cotta, insieme a
verdure, legumi o sugo di pomodoro, di solito dopo diversi mesi.
"Peperoni e Pomodori Verdi salati":
Questi ortaggi vengono raccolti e lasciati riposare per 12 o 24 ore, dopodiché vengono
tagliati in due e disposti a strati in un "salaturu" ( recipiente di terracotta)
ricoperti con sale e finocchio selvatico. Si consumano fritti.
"Pomodori secchi sottolio":
Per la preparazione di questo gustosissimo piatto, servono pomodori ben maturi e molto
grossi, da tagliare in due, cospargere con sale, e lasciare essiccare al cocente sole
dagosto per un paio di giorni. Quando i pomodori sono ben asciutti, si adagiano nei
barattoli formando diversi strati di pomodori alternati con aglio, semi di finocchio,
peperoncini rossi spezzettati, il tutto si copre con abbondante olio
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